Il fiore del velcro

Quello riprodotta nella foto è il fiore del velcro. No, non sono in preda ai fumi dell’alcool. Lo capirete fra qualche riga. Si tratta della bardana maggiore o arctium lappa, come dicono quelli che ne sanno. Dalle nostre parti la chiamano, più o meno, strapacavii per la sua fastidiosa e infallibile tendenza ad agganciarsi tenacemente, con i suoi numerosissimi uncini, ai capelli, ai vestiti e al pelo di pecore, capre e dei nostri cani. Oltre ad essere esteticamente appagante la bardana possiede anche notevoli doti tecnologiche. È proprio così.

Senza la bardana oggi la nostra civiltà post industriale sarebbe priva di uno dei suoi più diffusi e preziosi ritrovati, di uso comunissimo e di insostituibile praticità. Ed eccoci al velcro, quella semplice striscia che spesso sostituisce con profitto le cerniere lampo e i bottoni automatici. Avete presente? Ecco. Senza la bardana il velcro non esisterebbe proprio, perché è stato “inventato” nel 1948 dall’ingegnere svizzero Georges de Mestral che tornando da una scampagnata scoprì di avere, tenacemente appiccicati ai suoi indumenti, alcuni piccoli fiori rossi.

L’uomo li esaminò al microscopio che gli rivelò il segreto della bardana: centinaia di minuscoli uncini agganciati ai peli della giacca. Il passo successivo, la produzione industriale del velcro, fu questione di qualche anno. Un’ultima curiosità. Il nome velcro, diventato dagli anni Cinquanta un marchio registrato, nasce dall’unione di due termini francesi: velours (velluto) e crochet (uncino). Appunto.

Elio Spada

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