Benenati: le “Ragazze fantasma”

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Proprio nei giorni in cui il tema della sicurezza sul lavoro è di grande attualità (mi riferisco all’esplosione nella diga di Suviana sul lago, che ha provocato 4 morti e diversi dispersi) è uscita l’opera prima di una giovane professoressa lecchese (insegna Lettere al Liceo Artistico “Medardo Rosso”) Virginia Benenati, intitolato “Le ragazze fantasma”, riguardante la storia vera, anche se un po’ romanzata nei dialoghi, di un gruppo di giovani ragazze americane, all’epoca della Prima Guerra Mondiale, che aveva trovato lavoro presso una ditta americana che produceva orologi con lancette fosforescenti.

Attratte dai salari più alti garantiti dalla società (circa 20 dollari alla settimana, l’equivalente di un mese di stipendio per molte loro coetanee) le ragazze non si erano rese conto della pericolosità di quel lavoro sulla propria salute.
Benenati ha introdotto parlando della scoperta del Radio e del Polonio, da parte di Marie Curie e di suo marito, insigniti del Premio Nobel nel 1903 (Polonio, ancora oggi usato per le bombe atomiche, chiamato così in omaggio all’origine polacca di Madame Curie).
Questo materiale radioattivo, di cui oggi conosciamo la pericolosità, veniva all’epoca lodato come il “nuovo sole” che rendeva tutto più magico e fosforescente: non solo orologi ma usato addirittura sui vestiti e sull’abbigliamento intimo.

Addirittura le ragazze umettavano con la bocca per restringere il pennello con cui spargevano il materiale radioattivo sugli orologi, venendo quindi a contatto diretto con il materiale: le conseguenze erano devastanti. Deformazioni della bocca, malattie polmonari dolorosissime, a 25-30 anni di età erano tutte già in fin di vita.

Anche la causa legale che intrapresero contro la società, anche se ormai era troppo tardi per salvarle, non finì molto bene: tacitate con un minimo rimborso, la vicenda venne chiusa per entrare definitivamente nell’oblio.

Un’altra vicenda di lavoro pericoloso l’ha illustrata il sottoscritto : una vicenda ambientata alle pendici nord occidentali della Valsassina, nel Comune di Tremenico.
“Nel 1907 il signor Abramo Rusconi, che era andato via da Tremenico per lavorare in Toscana alla Richard Ginori, una famosa ditta che produceva maioliche fin dagli inizi del Settecento, scopre che il materiale di cui è formata la maiolica poteva essere proprio quello di cui erano ricche le “pietruzze bianche” che lui ed altri ragazzini trovavano nei ruscelli di Tremenico. Decide allora di tornare e di fare approfondimenti, e provare a scavare una galleria.
Nasce così la miniera di Tremenico, che per parecchi anni dal 1907 agli anni Settanta produrrà feldspato per le maioliche della Ginori.”
“Il problema – prosegue Baroncelli – è che anche il feldspato è molto pericoloso per la salute. Molti di questi minatori, che inizialmente lavoravano con il piccone poi hanno usato degli esplosivi per scavare la miniera, ne hanno inalato a pieni polmoni, anche qui con conseguenze devastanti.
All’età di circa 40 anni molti di loro morivano per cancro ai polmoni, come ho visto testimoniare dalla lapidi presso il cimitero di Tremenico (età media molto bassa).”

Sull’argomento ha scritto un bel libro il Sindaco storico di Tremenico, Fulvio Adamoli, nel 2010, a proposito di “100 anni di miniere a Tremenico“, miniere che presto verranno adibite per uso turistico.

La salute sul lavoro oggi è quindi un tema fondamentale: anche all’epoca a dire il vero si cominciava a rendersene conto, per esempio con l’istituzione dell’Ispettorato del Lavoro da parte del Governo Giolitti pochi anni prima dello scoppio della “Grande Guerra”. Ma ancora di più oggi: il Corriere della Sera,in un articolo di commento ai fatti della diga di Bargi, ha rivelato che ogni giorno muoiono, singolarmente, almeno tre lavoratori/trici sul posto di lavoro, non solo nel campo edilizio, quello tradizionalmente più a rischio, ma un po’ in tutti i settori lavorativi.

Una situazione decisamente preoccupante: il bel libro della Benenati ha raccontato un caso, ma molti altri se ne potrebbero raccontare.

Enrico Baroncelli

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